Marina Ripa di Meana, con un articolo scritto per il quotidiano Libero, ha commentato la moltitudine di confessioni riguardanti le molestie e le avances nell’ambiente del cinema riportate sui media, arrivate dopo lo scandalo che ha coinvolto il produttore cinematografico statunitense Harvey Weinstein.

La stilista, scrittrice e personaggio televisivo si è schierata dalla parte delle ragazze che hanno denunciato i presunti abusi subiti ma con un però. Marina Ripa di Meana, infatti, non gradisce il clima da “caccia alle streghe” che si sta creando:

Ragazze, io vi credo, sono dalla vostra parte ma adesso basta, mettiamo fine a questa slavina di accuse che sta diventando grottesca! Così non si va da nessuna parte, così si rischia di affondare in una ridicola caccia alle streghe.

Marina Ripa di Meana, quindi, spera che questo ciclone possa portare a risultati concreti soprattutto dal punto di vista legislativo:

Cerchiamo di ottenere risultati concreti, chiediamo nuove misure legali efficaci, chiediamo che il limite per la denuncia di abusi sessuali non sia di soli sei mesi. Evitiamo, però, che diventino venti anni, altrimenti si finisce solo per sfogliare un inutile e ridicolo album dei ricordi. Seguite l’istinto, ribellatevi, urlate, scalciate, fate qualsiasi cosa, ma basta con questo piagnisteo postumo.

La Ripa di Meana, quindi, ha proceduto con un aneddoto personale scioccante che abbiamo deciso di censurare nelle parti più scabrose. L’aneddoto risale a quando Marina Ripa di Meana aveva appena 13 anni:

Quando avevo tredici anni, un giorno al cinema un tale dietro di me mi molestò. Sono saltata in piedi, ho urlato, ho fatto il diavolo a quattro finché non hanno riacceso le luci nel cinema. Gli altri spettatori sono insorti, mi hanno dato man forte e mentre quello tentava di scappare lo hanno inseguito, agguantato e consegnato alla polizia.

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