parliamo diSelvaggia Lucarelli

Selvaggia Lucarelli ha raccontato su Facebook un curioso episodio avvenuto qualche giorno fa durante la presentazione del suo libro a Brescia. Lo ha fatto dimostrando ironia e una certa dose di coraggio, considerando il tema intimo in questione:

Vabbè, ve lo racconto.
Sdoganiamo pure ‘sta cosa.
Venerdì sera ero a Brescia a presentare il mio libro. Bella serata, atmosfera giusta, sala piena, intervistatore ironico, io in forma, fidanzato e “suocera” seduti da qualche parte, risate, riflessioni, frecciate, domande sparse.
Fin qui tutto bene.
A un certo punto, mentre parlo della suora infame che mi è toccata in sorte durante gli anni delle medie, mi sento strana.
Molto strana. “Credo che Suor Clelia in qualche modo mi abbia resa insofferente all’autorità nella vita blablabla… “Non so se avete visto il film Magdalene blablabla…”.. “Sì Clelia è il suo vero nome, l’unico vero nel libr…”.
Intuisco la ragione della sensazione di stranezza. Lo so. La sento. La riconosco: mi è iniziato il ciclo. Lì, in quel momento, violentemente e inesorabilmente. E mentre parlo penso che sì, lo dovevo capire che quando il mio fidanzato la mattina mi aveva domandato “Che ora è?”, quel “vaffanculo comprati un orologio e comunque tu non mi ami, si vede da come giri il caffè, ti odio!” era una risposta ormonale. Ma no, non lo avevo capito.
Ergo, la situazione mentre parlavo di Suor Clelia e sorridevo con il terrore negli occhi, era la seguente: mancavano 40 minuti circa alla fine dell’incontro, 150 persone mi scrutavano attentamente, mi attendeva un’oretta di firma copie e io ero, metaforicamente parlando, un’accoltellata che non poteva bendare la ferita. Un rubinetto lasciato aperto per sbaglio prima di partire per le ferie. Un ghiacciaio dolomitico a inizio primavera. Il tutto aggravato dal fatto che il dover rispondere alle domande mi impediva di concentrarmi su visioni salvifiche e motivazionali quali deserti arsi dal caldo, bicchieri vuoti in credenze polverose, letti di torrenti ricoperti di vegetazione. Dovevo pensare alla cosa cosa più secca che mi venisse in mente. Dovevo pensare a Bianca Balti. Però c’erano le domande, non potevo concentrarmi. Non potevo avere alcun controllo psicologico sulla situazione. Ero spacciata.
E’ in quel momento che osservo la seduta del mio simpatico interlocutore. E’ una comoda poltroncina. Bassa, elegante, semplice.
Con un cuscino BIANCO. Un bianco di quelli cangianti, puri, luminosi, indiscutibili. Non un crema, un bianco sporco, un panna, NO. Un cazzo di bianco che di più bianco c’è solo la papalina di Francesco immersa nella candeggina a mani nude da una vergine.
Penso che non ho fatto caso al colore del mio cuscino e che figuriamoci se è bianco, che è ‘sta scelta banale, sarà verde, nero, con una fantasia maculata, anzi, magari è rosso, certo, è sicuramente ROSSO FUOCO per valorizzare l’ospite e io me la sfangherò dal lasciare tracce per mimesi. Abbasso lo sguardo certa che il destino sia benigno. Porco cazzo. E’ BIANCO.
Da quel momento in poi il mio destino è segnato. Pure quello del cuscino. Lo so, lo sento. Il pantalone nero mi salverà, ma il cuscino non ha scampo.
“E quindi blablaba il secondo capitolo blablabla la mia compagna di scuola blablabla…grazie a tutti gli amici di Brescia!”.
Segue firma copie. Resto seduta. Faccio le foto seduta. Chiacchiero seduta. Sorrido seduta. Penso che dormirò lì seduta. Diventerò un’installazione nel centro di Brescia, mi taggheranno pure i turisti.

Il racconto prosegue:

Finisce tutto. Non ho più alibi per rimanere seduta. Il tendone è vuoto. Gli organizzatori, tutti schierati di fronte a me, mi guardano come a dire: “Che minchia ci fa questa ancora seduta?”. Credo comincino a ipotizzare un colpo della strega. Chiamo Lorenzo, che è lì sullo sfondo a chiacchierare, gli faccio cenno di raggiungermi.
Da seduta. Lui arriva basito. Non capisce perché non alzi il culo io e chieda di venir lì con un cenno come fossi il Dalai Lama. Gli spiego all’orecchio la situazione. Ride. Mi dice “Tu alzati e scendi veloce dal palco dicendo qualcosa che attiri l’attenzione su di te, che io giro il cuscino!”.
Io penso che per scendere dal palco allora dirò qualcosa come “tette!” o “orgia subito”, così mi guarderanno per forza, anche solo per mettermi una camicia di forza. Possibilmente lunga sotto al sedere e nera come la notte.
Ala fine opto per la sobrietà, dico “Ma che bella serata!”, che boh, fa sempre scena.
Penso che vorrei un assorbente e con le ali, per volare via da lì e sotterrarmi nella campagna bresciana.
Lorenzo fa quello che deve fare. Forse notato, forse no. Non lo saprò mai. Andiamo via, tutti amabili, tutti gentilissimi.
Ecco. E qui arrivo al punto.
Io non so nulla del destino di quel cuscino. Non so neppure se chi l’ha notato, magari subito, magari il giorno dopo, abbia attribuito il tutto a me o a un’altra ospite femminile passata di lì in giornata o abbia consegnato il reperto al Ris, fatto sta, amici di Brescia, che con questo messaggio volevo farvi sapere che quello che è accaduto è il sintomo benigno della mia passione per questo lavoro: io, sul palco, do il sangue.
E se questo non vi basta, ecco, che volete che vi dica: aspetto il conto della lavanderia. Nel frattempo,mi raccomando: no acqua fredda, che poi non si leva più.

Vabbè, ve lo racconto.
Sdoganiamo pure 'sta cosa.
Venerdì sera ero a Brescia a presentare il mio libro. Bella serata,…

Pubblicato da Selvaggia Lucarelli su Domenica 8 ottobre 2017

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