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Nei giorni scorsi il sostituto procuratore Silvio Franz ha chiesto di prosciogliere Gino Paoli, indagato da un anno e mezzo per un’evasione fiscale da 800 mila euro (tasse dovute su due milioni finiti oltreconfine) legata a un’infedele dichiarazione dei redditi.

Il cantautore ligure, difeso dall’avvocato Andrea Vernazza, aveva concordato con l’Agenzia delle Entrate una rateizzazione per estinguere il debito con l’Erario. Nel frattempo è arrivata la richiesta del pm: poiché non è possibile determinare con certezza la data di inizio dell’evasione, che dovrebbe comunque essere datata prima del 2008, va prescritta. Dunque niente processo penale (saranno comunque definite le pendenze col fisco).

Come ricostruisce il quotidiano La Repubblica, “la vicenda era emersa lo scorso anno ed era nata da una costola dello scandalo sulla truffa a banca Carige che portò in carcere, tra gli altri, l’ex presidente dell’istituto di credito Giovanni Berneschi e il commercialista Andrea Vallebuona, al quale lo stesso cantautore si rivolse per far rientrare due milioni ‘in nero’ trasferiti su un conto aperto in una banca svizzera. Durante le intercettazioni ambientali, utilizzate dalla procura durante l’indagine su Carige, lo stesso Paoli viene sentito mentre discute del ‘rimpatrio’ del denaro “senza doverlo scudare”. Secondo le Fiamme gialle e il pm, Paoli non avrebbe pagato all’erario 800mila euro derivanti dalla mancata dichiarazione dei redditi su quei due milioni di euro, secondo l’accusa frutto di pagamenti in nero per le esibizioni alle feste dell’Unità“.

Da parte dell’artista, che fu particolarmente scosso dal caso (si dimise dalla Siae dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia), non risultano commenti ufficiali.

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