Luca Barbareschi il 28 luglio scorso ha compiuto 60 anni. Per l’occasione è stato intervistato dal Fatto Quotidiano. L’attore, regista e produttore ha rivelato di aver scritto per il suo compleanno una lettera ai suoi 5 figli:

Nella vita mi sono preso sempre il lusso di dire la verità a iniziare da loro. Non gli ho nascosto niente, gli errori e le cose belle. Cosa ho scritto? ‘Ho sbagliato spesso, mi sono drogato, sono stato egoista, ma voi – aiutatemi a capire – nei miei panni, al mio posto, cosa avreste fatto?’. Vedono un padre realizzato, ma forse
non sanno che sono fragile e pieno di dubbi.

Il direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma ha risposto così quando gli è stato chiesto quale eredità abbia lasciato ai figli, confermando di fatto quanto dichiarato alcuni mesi fa a Domenica In:

Sicuramente non quella economica. Non avranno un soldo e lo sanno (…) Hanno potuto studiare in scuole interdette al 99,7 per cento degli esseri umani, possiedono più di un passaporto, conoscono le lingue, sono svegli e colti e possono lavorare ovunque. Nella mia logica errante, ai miei figli non lascio denaro, ma le opportunità di
farsi strada nel mondo (…) La gente pensa che io sia ricco. Non so se lo sono stato, ma so che oggi ho messo tutto quel che avevo, ogni risparmio nel progetto dell’Eliseo. C’è un’età per ogni cosa e sento che è arrivato il momento di restituire alla comunità.

Nel corso dell’intervista l’ex parlamentare ha rievocato anche i “grandi divertimenti ed eccessi” vissuti a New York, dove si trasferì per studiare all’Actors Studio:

La droga l’avevo incontrata prima. A Milano girava di tutto. Lsd, mescalina, cocaina, fumo. E noi tutti, come idioti, a drogarci pensando di essere eversivi. L’eroina te la regalavano. Dei miei compagni di liceo in sei morirono di overdose. La borghesia milanese abdicò al proprio ruolo. I padri assenti e i danni del post ’68 fecero il resto. Non c’era più nessun filtro tra genitori e figli, le grandi famiglie ricchissime e borghesi di Milano aprivano le loro magioni al mare o in montagna e noi ci fiondavamo nei lettoni delle madri e delle figlie, in barca o in baita, per farci le canne insieme, fruire di qualche vacanza a costo zero, trombare le ragazze più fighe del Movimento che ovviamente per sentirsi evolute militavano a sinistra, osservare da vicino il rincoglionimento progressivo di un potere che un tempo aveva retto le sorti finanziarie dell’Italia.

Infine, a proposito di Something good del 2013 che “avrebbe dovuto essere a Venezia, ma venne rifiutato“:

La lettera protocollata di Barbera (il direttore del Festival, Ndr) su carta intestata della Biennale la conservo ancora. Legga: “Il tuo film è rimasto in una short list di film preferiti… Poi, scelte drastiche si sono imposte, e non facili. Sia il numero limitato di posti a disposizione, sia per la stima –e, in qualche caso – l’amicizia nei confronti degli autori”. L’amicizia. Capisce? Alzai il telefono e chiamai Barbera: “Portatore sano di forfora – urlai –, quando te ti facevi le seghe a Torino, io chiavavo Naomi Campbell, pippavo con Lou Reed a Kansas City, aravo con il ca*zo il mondo e guadagnavo miliardi, hai capito? Non voglio essere amico tuo, testa di caz*o.

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