Michelle Yeoh: “Miss Malesia è stata un’esperienza intellettuale”. E con Jean Todt nessun matrimonio in vista…

Michelle Yeoh parla del film su Aung San Suu Kyi ma anche del titolo di Miss Malesia vinto a 21 anni e del lunghissimo fidanzamento con Jean Todt.

Michelle Yeoh the lady Aung San Suu KyiMichelle Yeoh è la protagonista del film “The Lady” (QUI il trailer e QUI la recensione in anteprima di Cineblog), che è la biografia di Aung San Suu Kyi (premio Nobel per la Pace birmana) diretta da Luc Besson. Però Michelle Yeoh è stata anche ballerina della Royal Academy of Dance in Inghilterra, Miss Malesia, Bond girl (in Agente 007-Il domani non muore mai), interprete di mille film d’azione alla Jackie Chan ma anche di Memorie di una Gheisha. E ora è la compagna di Jean Todt, passando per un matrimonio fallito col proprio produttore. IoDonna l’ha intervistata, ed ecco un’anticipazione di quel che uscirà in edicola sabato 3 marzo.

Iniziamo dall’adolescenza in giro per il mondo:

“Mio padre mi ha mandato a studiare in Inghilterra perché aprissi gli occhi su altre culture, perché non restassi una ragazza di Chinatown per sempre. Sono partita da sola a 15 anni, ma non ero spaventata. I miei sono stati bravi, hanno fatto sì che avessi uno scopo nella vita, da teenager già sapevo quello che volevo fare, dove volevo andare. Non mi preoccupava l’idea di lasciare il nido e badare a me stessa. Amy Chua (l’autrice del Grido di battaglia della madre tigre, ndr) è stata una tiger-mother perché aveva figli con talenti speciali. Io non ero speciale, non c’era ragione di fare pressioni su di me. I miei sono stati severi e affettuosi allo stesso tempo.”

Genitori che però l’hanno spinta a partecipare a Miss Malesia (che ha vinto):

“Per me è stata soprattutto un’esperienza intellettuale. Non mi ha dato nessuna speciale sicurezza sapere di essere bella col certificato. Più di un naso perfetto o di un corpo impeccabile la bellezza può venire dal modo in cui parli, da come ti muovi.”

Pure James Bond è stata una cosa intellettuale?

Quando mi hanno proposto di fare la Bond girl effettivamente la mia prima reazione è stato di tirare un cuscino al mio interlocutore, poi l’ho presa sul ridere.

Matrimonio e immediato ritiro dalle scene. E poi il ritorno alla recitazione una volta fallito il matrimonio…

“È molto coerente in realtà. La mia filosofia è che quando fai una cosa devi farla bene. Il matrimonio era una cosa in cui volevo mettere me stessa al cento per cento. Molti si sono sorpresi che abbia deciso di lasciare il set, perché ero all’apice della carriera. E hanno concluso che doveva essere stato lui, il “maschio asiatico sciovinista”, ad avermi obbligata. Ma la decisione era stata mia: nessuno potrebbe mai impormi una scelta esistenziale così importante. Sapevo che il mio matrimonio non avrebbe funzionato se fossi stata via sei mesi all’anno su un set. Non è stato un sacrificio, ho avuto momenti bellissimi. Poi, certo, è finita, ma ho potuto concludere che avevo fatto tutto il necessario per far funzionare la convivenza, ed è anche grazie a questo che io e il mio ex marito oggi siamo buoni amici.”

Con Jean Todt? Fidanzamento, matrimonio, state bene così…

“No, questo è un altro periodo della mia vita, allora ero più giovane, volevo avere una famiglia, dei figli. Ci sono donne – Tilda Swinton, Michelle Pfeiffer, Kate Winslet – che un giorno fanno un film, il giorno dopo le vedi con la pancia, e poi via, un altro film. Sono multitasking, un talento che io non ho. In fondo Jean e io stiamo bene così. Viaggiamo molto insieme, lo accompagno nei suoi fantastici giri per il mondo. Sto per partire per un tour africano che mi porterà
in Congo, Costa d’Avorio, Senegal. E lui mi raggiunge sui set. Siamo due frequent flyer dell’amore. Il matrimonio è un pezzo carta, è importante formalizzare l’unione solo se hai bambini. E mi piace prenderloin giro: «Adoro che tu ogni tanto mi chieda di sposarti».
Tutti dobbiamo prendere piccole e grandi decisioni, ogni giorno ci si impongono delle scelte, ma l’importante è dare alle cose le giuste proporzioni. Si può fare una tragedia di tutto, o semplificare ogni cosa. Io sono a basso mantenimento…”

Com’è stato affrontare un personaggio come quello di Aung San Suu Kyi?

“Se mi fosse arrivata una proposta simile a venti o trent’anni non avrei avuto la maturità per affrontarla. È come se tutto quello che ho fatto fin’ora, errori compresi, mi avesse preparato a questo momento. Quando diedero il Nobel per la pace a Daw Suu (la chiama così, come tutti in Birmania, cioè affettuosamente “zia Suu”, ndr) ero fuori di me dalla gioia. Una donna asiatica era per il mondo intero un esempio di fermezza e coraggio. Ma quando ho letto il copione – non la storia del mito, di una santa, di un’eroina, ma di una donna di fronte a un dilemma privato, cioè restare in Birmania e continuare la lotta di liberazione in nome del suo popolo o raggiungere il marito amatissimo che stava morendo di cancro a Oxford – ho avuto pensieri egoistici: volevo farlo a ogni costo quel film.

Il marito di Daw Suu e i loro due figli sono sempre stati con lei, hanno sostenuto la sua scelta. La giunta militare ha capito che l’unico modo di indebolirla era tagliare i suoi legami, allontanarla dai suoi cari, ma il suo albero aveva radici forti. Anche grazie al fatto di essere tanto amata. Si dice sempre che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. Qui è stato l’opposto. Suo padre, un eroe per milioni di persone, è stato ucciso dai militari quando lei aveva solo due anni. Daw Suu ha studiato filosofia, scienze politiche, ha lavorato alle Nazioni Unite, ma ha tenuto latenti quelle competenze per anni, fino a quando la sua forza non è esplosa. Se non fosse stata pronta per essere una leader avrebbe lasciato passare l’opportunità senza nemmeno accorgersene.”

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