Marco Mengoni è recentemente sbarcato a Los Angeles per una serie di impegni riguardanti la sua vita professionale. Il cantautore laziale, recentemente candidato nella categoria Best Worldwide Act all’ultima edizione degli Mtv Europe Music Awards, infatti, parteciperà alla Hit Week, il più importante festival di musica italiana nel mondo, e successivamente registrerà il nuovo album nei mitici Sunset Sound Studios, gli studi dove hanno inciso le loro canzoni anche i Beatles, i Doors e i Led Zeppelin.

Marco Mengoni, intervistato da Vanity Fair, ha quindi raccontato la sua esperienza losangelina ma anche ripercorso attimi della sua adolescenza e del suo recente passato, da quando, vincendo l’edizione numero 3 di X Factor, è diventato un artista a tutti gli effetti.

Ripercorrendo i suoi anni da teenager, Mengoni ha dichiarato che a 14 anni ha subito iniziato a lavorare come barista, pervaso da un’improvvisa voglia di indipendenza:

Il primo giorno di lavoro da barista in uno stabilimento sul lago di Vico, a Viterbo, toccai il fondo. Avevo quattordici anni, e un grande desiderio d’indipendenza dai miei genitori, commercianti. Volevo emanciparmi, cominciare a pagarmi le cose da solo. È il turno dell’alba, i cacciatori dei boschi lì intorno vogliono i caffè alla svelta. Una signora mi chiede un cappuccino. Glielo metto sul bancone. È ustionante. Me lo tira addosso. Da allora non ho più sbagliato.

Per quanto riguarda, invece, i suoi ultimi anni vissuti da popstar, Marco Mengoni ha ammesso di avvertire, ogni tanto, la necessità di staccare la spina:

Non ho di che lamentarmi. Durante il tour, nella coda finale di In un giorno qualunque, ho iniziato ad abbracciare il pubblico. Un modo di arrendermi. Questo è stato un anno di lavoro duro. Non un gioco. In certi momenti, sentivo il bisogno di avere un clone. Poi mi ripetevo: “Dai, su, hai 24 anni: se non dai il massimo adesso, quando?”.

L’artista nato a Ronciglione, però, ha ammesso che il palco gli ha dato sicurezze che prima non possedeva:

Sono un X-Man sul palco, su quell’accrocchio di ferro e legno. Io, che per timidezza non telefonavo agli amici, che fino a poco tempo fa avevo problemi a chiamare un taxi o un ristorante da prenotare, lì mi sento a casa: un “Cesare”.

Foto | © Getty Images

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