Gigi Buffon: "L'odio è un vento osceno, il calcio è un pretesto. Ho sofferto di depressione e ho saputo dire no alla droga"

Gigi Buffon è stato intervistato da Vanity Fair.

L'eterno Gigi Buffon, dopo una carriera intera da portiere vissuta in Italia tra Parma e, soprattutto, Juventus, sta giocando la sua prima stagione all'estero, nelle fila del Paris Saint-Germain, in Francia, all'età di 40 anni.

Buffon, che non ha escluso di giocare anche nella prossima stagione, è stato intervistato da Vanity Fair. Con quest'intervista, il portierone Campione del Mondo con la nazionale azzurra nel 2006 si è lasciato andare a tanti aneddoti, affrontando, però, anche argomenti spinosi come il sempiterno problema della violenza negli stadi.

Gianluigi Buffon ha affrontato l'argomento odio in senso più ampio, non circoscrivendolo soltanto all'interno del mondo del calcio:

Se affonda un barcone a Lampedusa e muoiono 300 persone, ci commuoviamo e pensiamo anche ad adottare i bambini rimasti orfani ma se non affonda, ci lamentiamo dell’ingresso di 300 immigrati e ci chiediamo cosa vengano a fare. L’odio è un vento osceno, da qualunque parte spiri. Non solo in uno stadio. Perché ho il sospetto che il calcio sia un pretesto.

Di seguito, invece, Buffon ha riassunto la propria vita da ragazzo e da calciatore con tre serie di dichiarazioni emblematiche. Nel primo, il portiere del PSG ha parlato dell'episodio in cui ricevette manganellate dalle forze dell'ordine:

È una storia che risale a vent’anni fa. Dopo una partita, diedi un passaggio a un tifoso del Parma. Al casello, c’era un posto di blocco della polizia. Appena vide le luci blu, lui si dileguò. A confronto con loro rimasi solo io. Oggi, non commetterei più quelle leggerezze ma riconosco ancora quel ragazzo capace di slanci di solidarietà.

Nel corso della propria vita, Gigi Buffon non ha mai avuto la curiosità della droga, tantomeno la tentazione del doping:

Non drogarsi, non doparsi, non cercare altro fuori da te sono principi che i miei genitori mi hanno passato presto. A 17 anni, quando in discoteca mi mettono una pasticca sulle labbra, io so come e perché dire di no. Ho fatto giusto un tiro di canna da ragazzo.

Un episodio spartiacque nella sua vita è stata sicuramente la depressione che lo colpì a 25 anni, dalla quale riuscì ad uscire, non nascondendo il problema ed esternando senza remore le proprie debolezze:

Per qualche mese, ogni cosa perse di senso. Mi pareva che agli altri non interessassi io, ma solo il campione che incarnavo. Che tutti chiedessero di Buffon e nessuno di Gigi. Fu un momento complicatissimo. Avevo 25 anni, cavalcavo l’onda del successo e della notorietà. Un giorno, a pochi minuti da una partita, mi avvicinai all’allenatore dei portieri e gli dissi che non me la sentivo di giocare. Avevo avuto un attacco di panico. Non ero in grado di sostenere la gara. Se non avessi condiviso quell’esperienza, quella nebbia e quella confusione con altre persone, forse non ne sarei uscito.

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