
Un regista di successo, con una vita all’apparenza perfetta. Eppure Gabriele Salvatores, in passato, ha sentito pronunciare quella frase che nessuno vorrebbe mai ascoltare e oggi, a tanti anni di distanza, ripercorre il suo dramma personale dalle pagine del settimanale Vanity Fair:
Trent’anni fa, il Teatro dell’Elfo, che per me era la casa, la famiglia, si stava sciogliendo. Tornando da teatro una sera non mi sento bene, la mattina vado a farmi vedere e scoprono che nel sangue ho una quantità di piastrine molto più alta del normale. Avevo 30 anni, mi dissero che era leucemia, che non sarei arrivato ai 35. Ero preoccupato, anche se quelli veramente spaventati erano i miei genitori.
Una bruttissima notizia che poteva davvero essergli fatale ma che, fortunatamente, si rivelò sbagliata: si trattava infatti di un altro tipo di malattia, la policitemia:
Ancora oggi, ogni tre mesi, vado a fare gli esami, ma non ho problemi, prendo solo degli antiaggreganti. E due volte all’anno faccio un salasso, che trovo una cosa molto romantica: non ci sono più le sanguisughe come nell’Ottocento, ma nella mia fantasia resta quella cosa che faceva chi viveva forti emozioni. Il check-up è un po’ noioso, però è molto istruttivo: esci dall’ospedale pensando che sei proprio fortunato. Perché questo insegna la malattia: che - per quanto tu possa stare male - non sei il centro del mondo.
E così Gabriele a 60 anni è ancora con noi, pronto a portare un’altra bella storia al cinema. Per fortuna.
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